Settimanale, anno 11 - n. 39
Ven, 26 Aprile 2019

La Soffitta >> Let's just be

Gruppi, dischi, storie e personaggi che hanno fatto la storia della musica!

 

  Joseph Arthur nasce il 28 settembre del 1971 ad Akron, Ohio. Attualmente vive e lavora a New York. Musicista, pittore e scrittore, viene scoperto e lanciato da Peter Gabriel tra il 1996 e il 1997. Nel 2004 Peter Buck, impressionato da una sua esibizione, lo invita ad aprire concerti del tour mondiale dei R.E.M. Questo strano personaggio, vestito da fricchettone, solitamente si esibisce da solo. Sul palco è letteralmente circondato da pedali, effetti, campionatori. Nelle sue performance campiona in tempo reale loop della sua voce e dei suoi strumenti (così da sembrare accompagnato da una armonia di una band di più elementi), usandoli nella ritmica e nelle melodie. Lo vediamo indaffarato a cantare e suonare, mentre con i piedi e le mani preme dappertutto sull’equipaggiamento tecnico che lo circonda.
La voce di Joseph Arthur, ora rauca e profonda, ora tagliente come una lama ben lavorata, ci porta ad una dilatazione della dimensione che solitamente viviamo. Affrontiamo così finalmente stati che altrimenti ci sarebbero preclusi. Un vero e proprio
trip
positivo. Alternando momenti sostenuti e incalzanti, con chitarre e distorsori, a momenti di pacificazione interiore, dove brevi incisi di chitarra sottolineano una voce vibrante, quasi onirica, caricata da effetti in cui il nostro sembra davvero sapere quello che fa. In alcuni momenti traspare una certa consapevolezza ironica che lascia capire come il cantautore americano non debba prendersi troppo sul serio.
La musica come sperimentazione e come gioco, queste le caratteristiche fondanti di
Let’s just be
, lavoro interessantissimo e ben riuscito, capace di trasportarci in insoliti luoghi, ma che sono luoghi essenzialmente reali. Ci restituisce un’America vibrante, nascosta, dove i paesaggi metropolitani si fondono bene con quei cieli aperti e ariosi, dove è possibile perdersi e ritrovarsi senza paura. Con la consapevolezza che la vita non è un traguardo che si deve raggiungere ad ogni costo, ma piuttosto un transito, un’occasione irripetibile di on the road dove l’unico desiderio deve essere muoversi, spingersi sempre più in là. E’ lì che probabilmente ci aspetta la nostra vera casa. 
















































Album dedicato a tutti quelli che non si fermano alle apparenze. 

Tomash tornò a casa. Tornò a casa come ogni giorno da una giornata che era stata troppo lunga, passata fra carte, documenti d'ogni tipo e nessuna voglia di fare quel genere di lavoro. Appena uscito dall'ufficio, fu subito in trappola e con la sua "carrozza argentata" (così chiamava la sua macchina di ogni giorno) si incolonnò insieme a migliaia come lui nella speranza di raggiungere al più presto casa. E proprio come tutti gli altri desiderava solo il tepore letargico delle sue quattro mura, dove finalmente avrebbe potuto stare in completa solitudine.
Appena accese la luce della sua camera si avvicinò al cassetto della scrivania di betulla. Lo aprì e un largo sorriso soddisfatto si disegnò sul suo volto. I bastoncini di oppio lo aspettavano come ogni giorno in posizione, quasi fossero un plotoncino pronto ai suoi comandi. Ne prese uno, iniziò ad osservarlo da vicino. L'oppio grezzo, quando e' fresco, si presenta in questi grumi resinosi, di colore bruno, un colore che varia da caffè-latte a nero. Questa sostanza miracolosa era la sua
sacra sicurezza: avere uno di questi rudi soldati sempre a disposizione a fine giornata. Era una cosa bellissima sapere che quel cassetto ne conteneva un numero ancora sostanzioso. Pensò allora a quegli interessanti libri di storia in cui aveva letto che questo succo lattiginoso, condensato all'aria ed estratto per incisione dalle capsule non mature del Papaver somniferum album (papavero sonnifero), aveva accompagnato tutte le grandi civiltà del passato. Nella mitologia greca e romana l'oppio era una presenza ricorrente. Pensava al mito di Demetra, dea della terra feconda, sorella di Zeus, che usava il papavero per alleviare il dolore provocatole dal rapimento della figlia Persefone. Nel culto ufficiale di questa divinità infatti l'oppio veniva usato e il papavero veniva collocato immancabilmente tra le spighe di grano che Demetra aveva in mano nelle raffigurazioni, veniva usato nelle decorazioni dei suoi altari e costituiva l'insegna delle sue sacerdotesse. Ancora si mise a pensare al papavero nelle mani di Morfeo, il grandioso Dio del sonno, e a Nyx, dea della notte, che dispensava papaveri agli uomini come un dono inestimabile. Fra quegli uomini altamente civilizzati avrebbe desiderato vivere e perdersi come loro in un oblio collettivo. Non era forse possibile vivere fra quegli uomini fortunati, ma lui rispetto ad altri si sentiva già un eletto: aveva una cassetto pieno di quella "medicina di Dio" (così era chiamato l'oppio da molto tempo ormai) e poteva quindi rilassarsi. Prese la sua pipa da oppio e iniziò a prepararla con la sostanza scura che già restituiva quel caratteristico odore acre, piccante, leggermente ammoniacale che l'avrebbe presto portato in dimensioni sconosciute per una buona ora. Iniziò a fumare sdraiandosi sulla sua poltrona verde. Si rilassò subito.
La luce della lampada a stelo stile
liberty diffondeva per la stanza la luce giusta. Il corpo e la mente si distesero, rallentarono i movimenti, il respiro, le parole. Sentì un diffuso e intenso piacere fisico e si riempì di un immediato sentimento di serenità interiore. I suoi sensi si intorpidirono, le sue emozioni si ammorbidirono, tutti i desideri si placarono. I problemi sedimentati fin là nella sua vita sembrarono svanire di colpo. Comunque manteneva una certa lucidità e sentiva una strana euforia impadronirsi di lui. Alcuni minuti dopo subentrò uno stato di distacco dalla realtà, uno stato di "gioia contemplativa", un vero e proprio stato di grazia.
Ebbe allora delle visioni. Lucida e inquietante gli apparve una città (credeva fosse la sua città ma era completamente cambiata). Palazzi, scaloni, case, riprodotti infinite volte e sviluppantisi a perdita d'occhio in un susseguirsi di edifici, un "oceano di edifici". Queste architetture sconcertanti erano impossibili e impalpabili come la materia dei sogni (certamente ricordate Shakespeare?). Vide muoversi solo vaghe ombre, coni di luce che lasciavano intravedere l'esistenza di larve simili all'uomo ma che non erano l'uomo. Queste
Silhouettes  popolavano quel luogo irreale e sembravano ammiccargli con un volto senza forma. Scrosci d'acqua provenienti da tubature ben nascoste e insieme dei sussurri vellutati lo accompagnavano in questo vagare. In quel momento, come si trovasse ad una fermata dell'autobus, si fermò un oggetto che si muoveva come un bus ma non era un bus. Aveva persino i finestrini ed era di un colore tipo torta di mele. Guardò meglio, strinse le pupille e si accorse di trovarsi di fronte ad una Parola: Opium-Eater. Lesse automaticamente e si trovò catapultato al suo interno. C'erano dei morbidi sedili marroni, ogni posto era provvisto di un comodo scrittoio in legno vissuto, illuminato da lampade del genere che si poteva trovare nelle austere biblioteche dell'ottocento. Un silenzio ed un tepore incoraggiante erano diffusi per tutto l'ambiente. Non ne era del tutto sicuro ma era quasi certo di trovarsi da solo a bordo di quell'insolito bus che non aveva mai visto prima nella sua vita. Si accomodò in una di quelle bellissime poltrone e lasciò che i pensieri fluissero dentro di lui in maniera leggera. Fu così trasportato agiatamente per tutte quelle vie, quelle scale, dietro quelle fontane, entrando e uscendo dai palazzi come volando per un periodo che gli sembrò lunghissimo ma che in realtà durò solo pochi minuti. Non provò nemmeno a fermarsi, era talmente preso e coinvolto che sentiva di far parte di qualcosa di unico, di raro. Sentiva una leggera pressione alle tempie come fosse un massaggio. Per la prima volta ebbe la netta sensazione che il significato e il significante, come la forma e il contenuto, coincidessero. Una vera e propria "epifania". Per la prima volta nella sua vita sentì una gioia vera.   Poco dopo che gli effetti dell'oppio l'avevano ormai abbandonato, mentre era di là in cucina intento a tagliuzzare un pomodoro per la sua insalata araba, Tomash si sorprese a pensare alle stazioni ferroviarie. "Le Stazioni sono luoghi che pur trovandosi all'interno della città, di essa non conservano quasi nulla. Cattedrali del moderno anonimato, rappresentano la transizione allo stato puro. Noi non facciamo altro che transitare sempre e ovunque, anche quando stiamo fermi e immobili, e non lo sappiamo. Spesso non sappiamo nemmeno verso quale direzione ci stiamo muovendo.
Qualcuno vuole farci credere che le cose vanno come vanno, ma è un bell'inganno; la realtà e' ben diversa e non ci resta altro da fare che muoverci alla disperata ricerca di quel qualcosa in più che fa la differenza." Finì di bere il suo vino. Mise su un po' di musica, si sdraiò sul divano rosso in salotto. Iniziò a mangiare la sua croccante insalata, socchiudendo gli occhi in un fremito di piacere. 

Gianluca Nicastro

Discografia

Big City secrets (1997)
Come to where I'm from (2000)
Redemption’s son (2002)
Our shadows will remain (2004)
The invisible Parade – 
We almost made it 
(libro) (2006)
Nuclear daydream (2006)
Let’s just be (2007)
Could we Survive (2008)
Crazy Rain (2008)
 
Tracklist Let's just be
(Lonely Astronaut Records) 2007

 1. Diamond ring
 2. Good life
 3. Precious one
 4. Spacemen
 5. Take me home
 6. Chicago
 7. Cockteeze
 8. Lonely astronaut
 9. Cocaine Feet
 10. Let's just be
 11. Shake it off
 12. Lack a vision
 13. Gimmie some company
 14. I will carry you
 15. Yer the reason
 16. Star song