Settimanale, anno 12 - n. 8
Mar, 17 Settembre 2019

La Soffitta >> Per chi votano i maiali nello Iowa

Gruppi, dischi, storie e personaggi che hanno fatto la storia della musica!

Arlo Guthrie - Hobo's lullaby 1972

Arlo Guthrie nasce il 10 luglio 1947 a Coney Island a New York. Figlio maggiore del mitico Woody Guthrie, uno dei più amati songwriter americani, e di Marjorie Mazia Guthrie, ballerina professionista, già giovanissimo inizia a cantare e comporre canzoni inserendosi da subito nella grande generazione dei cantanti folk degli anni '60, quali Bob Dylan e Joan Beaz, e di cui il padre, insieme a Pete Seeger, è capostipite. 
Cresce circondato da importanti musicisti e ballerini come Pete Seeger, Ronnie Gilbert, Fred Hellerman and Lee Hays (The Weavers), Cisco Houston e molti altri che avranno tutti una certa influenza sul giovane Arlo. Intanto intorno all'etichetta Folkways si va creando un giro di artisti che influenza profondamente i protagonisti del  folkrock degli anni '60. Suo padre Woody Guthrie (1912-1967), cantante chitarrista girovago, autore di centinaia di canzoni incentrate su tematiche sociali, fu il prototipo del "cantante di protesta" ed ebbe tra i suoi seguaci lo stesso Bob Dylan.
Il contesto storico-sociale nel quale Arlo si muove è quello di un'America che sta cambiando radicalmente. Gli stanziamenti governativi per l'insegnamento diminuiscono e le persistenti discriminazioni razziali pongono le basi della contestazione studentesca. Diritto allo studio e uguali diritti civili diventano i vessilli che un'intera generazione ha innalzato, diffondendo il suo credo nel mondo intero. Contestualmente la tensione internazionale con Cuba e il Vietnam intensifica nelle Università l'attività pacifista e antinucleare. Si creano così nuove forme di aggregazione e il folkrock si impone come la più esaustiva colonna sonora di quel periodo. Canzoni di protesta, inni di origine religiosa, facili melodie con nuovi testi adattati all'attualità risultano perfetti per essere cantati in coro durante le manifestazioni o ai sit-in di protesta. Prende piede la pratica dell' hootenanny (spettacolo in cui il cantante stimola la partecipazione attiva del pubblico) che si connota di una nuova dimensione politica. La carriera di Arlo Guthrie esplode nel 1967 con la pubblicazione di Alice's restaurant: lunga 18 minuti, è una canzone satirica di protesta contro la leva obbligatoria per la guerra in Vietnam, prendendo in giro l'esercito e le istituzioni americane, con un'autocritica impietosa e reale sulla propria generazione.
Con questo album, si mette in luce con uno stile da perfetto
enterteiner da music-hall, capace di instaurare con il pubblico un rapporto simile a quello dei comici. Menestrello gioviale che ironizza sulle vicende contemporanee attraverso un'ironica ballata-monologo che racconta storie paradossali di adolescenti ribelli. Hobo's lullaby è del 1972: tipica miscela di Arlo Guthrie caratterizzata da canzoni folk contemporanee insieme ad inaspettati classici del passato. 
Anche in questo album si respirano le atmosfere malinconiche di un'America perduta, dove a muoversi sono sempre dei loosers che non riescono più a rimettere a posto i pezzi di un puzzle di un mondo ormai scomparso. La sua cover di When the ship comes in di Bob Dylan è bellissima proprio come le versioni delle ballate tristi di Woody Guthrie 1913 Massacre, di Hoyt Axton Somebody turn on the light e dello stesso Arlo con Days are short.
Primeggia su tette la cover di
The city of New Orleans di Steve Goodman che all'epoca si impose come il singolo di maggior successo dell'intera carriera di Arlo Guthrie. Il refrain "Good morning America, how are ya?" risuonò per tutte le radio dell'epoca e per tutto il vasto paese, diventando un vero e proprio standard della musica Folk. 

Discografia

Alice’s restaurant (1967)
Arlo (1968)
Washington County (1970)
Hobo’s lullaby (1972)
Last of the Brooklyn
Cowboys (1973)
Arlo Guthrie (1974)
Together in concert (1975)
Amigo (1976)
The best of Arlo Guthrie (1977)
One night (1978)
Outlasting the blues (1979)
Power of love (1981)
Precious Friend (1982)
Someday (1986)
All over the world (1991)
Son of the wind (1992)
More together again (1994)
Alice’s reaturant –
The massacre revisted (1996)
Mystic journey (1996)

Per chi votano i maiali nello IOWA?

Il Pick-up della famiglia Morris arrivò davanti l'ingresso principale dello IOWA STATE FAIR alle 9 del mattino. Steve e sua moglie Lola guardarono loro figlia Litzie ancora addormentata. Dormiva placidamente avvolta in un plaid scozzese rosso e blu, le sue guance erano bianco neve e i suoi capelli biondi e ricci. Aveva almeno un milione di lentiggini che macchiavano il suo viso ma donandole un aspetto di irresistibile simpatia. Era difficile avercela con lei per più di dieci minuti. Suo padre, impaziente di scendere per entrare all'agognata Fiera che aspettava tutto l'anno, la scosse chiamandola dolcemente per nome.
Dopo alcuni minuti, la piccola aprì i suoi grandi occhi verdi e sorrise ai suoi genitori, si stirò come un gattino e, proprio come un gattino che fa le fusa, iniziò a strusciare la testa nel petto prima di Steve e subito dopo in quello di Lola. A nove anni Litzie era davvero una bambina magnifica che dava gioia al solo guardarla. Anche lei  come i suoi si divertiva da matti quando a metà agosto si andava tutti insieme alla Fiera e, anche se il viaggio per arrivarci era molto lungo e faticoso, ne valeva veramente la pena. Come loro moltissime altre famiglie, tutti agricoltori e allevatori, facevano di tutto per arrivarci in tempo. La prima STATE FAIR degli Stati Uniti fu organizzata nel lontano 1841 a New York e per decenni tra mucche, cavalli e torte di mele si venivano ad assaporare le novità del futuro, le carrozze a motore e la luce elettrica, il telefono e la televisione. Passo dopo passo, tutto il progresso che l'umanità aveva fatto. Oggi quello spirito si sta perdendo e la Fiera cerca di darsi arie intellettuali, mischiando gli artisti pop e gli allevatori di bestiame, Andy Warhol e le caprette. Si va sempre più configurando come l'America della nostalgia per le proprie radici agricole, per l'orgoglio nazionale e il buon tempo andato. L'anima profonda del paese si sta perdendo inesorabilmente. Litzie rimase a bocca aperta quando si trovò davanti una mucca gigantesca formato naturale scolpita in 300 chili di buon burro. Guardò con ammirazione l'enorme manto che con la luce di agosto virava il bianco candido originario in un giallino luccicante ed etereo.
Steve e Lola conoscevano bene la scultrice Norma Duffy Lion. Per 45 anni consecutivi era stata l'artista designata all'onore di un tale lavoro. Sapeva incidere nel burro tutte e sei le specie allevate nello IOWA e ogni anno a piacimento aggiungeva magistrali copie di John Wayne o Elvis Presley, come una bellissima e scintillante Harley Davidson o una magnifica e sacrale
Ultima cena di Leonardo. Purtroppo Norma era morta due anni prima, lasciando un'eredità difficile e complessa da portare avanti. Ma tant'era. La mucca anche quell'anno era lì a troneggiare, protagonista assoluta di tutto l'evento, a salutare tutti quelli che entravano nella Fiera. La prima cosa che fece Steve fu quella di far scendere dal Pick-up Pearl, un magnifico verro di quasi 300 chili che era il suo orgoglio. Quest'anno, ne era sicuro, nel BIG BOAR CONTEST, la gara per il verro più grosso, Pearl sarebbe arrivato primo. Sicuro che avrebbe vinto lui: caspita! Guardate che bellezza era il suo Pearl, un maiale stupendo. Il primo premio era rappresentato da una scrofa altrettanto bella. In un certo senso i Morris erano là per trovargli moglie.
Mentre Steve si metteva in fila per iscrivere il suo amico, affrontando una fila molto lunga di partecipanti, sua moglie Lola e la piccola Litzie, come d'abitudine, iniziarono a fare il giro degli stand e dell'intera fiera. Giostre, trapeziste che eseguivano i loro difficili numeri, montagne russe, gente che entrava e usciva, ruote panoramiche, un teatrino all'aperto, un mago che lasciava il posto a Mangiafuoco a cui succedeva un artista delle marionette. Nell'aria l'aroma del caramello e dello zucchero filato si confondeva con quello del barbecue di maiale e dell'olio fritto; un attimo dopo ecco sopraggiungere zaffate che arrivavano dai recinti che contenevano mucche e tori in esposizione, le pecore e gli arieti, le galline, i conigli, i cani, i gatti, i pappagalli nelle gabbie. Litzie qua e là vide anche degli alligatori, delle tigri e delle simpatiche scimmiette. Intanto Steve aveva iscritto il suo Pearl col numero 199. La targhetta, come da regolamento, gliela mise sul petto, proprio come un atleta che avesse dovuto affrontare le olimpiadi.
L'appuntamento con la moglie e la figlia era per mezzogiorno esatto, puntuali per l'inizio della gara. Aspettando, avrebbe conversato amabilmente con lui, proprio come faceva sempre nei momenti di pausa dal lavoro nella sua fattoria. Lola veniva alla Fiera esclusivamente per poter fare quel giro fra gli stand, vedere tanta gente tutta in una volta, visto che durante l'anno nella loro fattoria non si faceva altro che lavorare e basta. Le occasioni di socializzazione erano ridotte al lumicino. Era davvero dura la vita dell'allevatore.
Quel giorno d'agosto era davvero l'unico momento per sentirsi proiettati all'esterno, "una finestra aperta sul mondo" così Lola chiamava quella Fiera. Era anche l'occasione per vedere le cose più strane e disparate. C'erano gare di tutti i tipi. L'
Hog calling, il richiamo del porco, dove ci si esibiva salendo a turno sul palco e facendo il verso del maiale; cani addestrati a far entrare le mucche nei recinti; il più veloce a tosare le pecore; il più rapido mangiatore di torte, il più abile a guidare il trattore, il più bravo a pescare cefali in una vasca; e poi sfide a braccio di ferro, tiro al piccione, taglio della legna, fisarmonica, violino, backgammon, canto del gallo. Tutto era una gara. Litzie, come tutti i bambini, era attratta da almeno un migliaio di cose. Vide una ragazzina obesa di 11 anni con trecce e lentiggini tenere in braccio un coniglio gigantesco.
Cercò allora di parlarle ma questa non rispose e continuava a fissare il vuoto davanti a sé. Più avanti un robot tutto d'acciaio era fermo davanti a delle roulotte. Litzie, impressionata, gli si pose davanti un po' intimorita e lo guardò negli occhi. Vide poi tutta la sua struttura ferrea luccicare alla luce forte del mattino, le braccia formate da moltissimi anelli attaccati fittamente l'uno all'altro. Strinse gli occhi e sul suo petto lesse una piccola targhetta: "TODOS". Doveva essere il suo nome. Fece per chiamarlo, facendosi coraggio, e quello improvvisamente s'irrigidì, alzò la testa e i suoi occhi rossi si accesero come braci soffiate dal vento. Ora era proprio come l'eroe di quelle belle e antiche storie che sua madre le leggeva per farla addormentare nelle lunghe notti invernali. Un antico cavaliere cui mancava solo il suo cavallo nero. Vide ancora due ragazzine che riposavano in una stalla, su letti di fieno, mentre il padre, infaticabile, governava le mucche. La Fiera era anche un'occasione unica per mostrare e vendere il bestiame. Era un irripetibile momento per gli allevatori per stringere affari di un certo tipo che portavano dei vantaggi non indifferenti all'economia della propria fattoria. Steve intanto stava ascoltando un rappresentante del Partito Repubblicano fare proseliti da un palco addobbato per l'occasione con coccarde, bandiere americane e foto del candidato. Con tutto l'affanno del caso, stava cercando di convincere chi l'ascoltava a votare per loro.
Di fatto, in autunno ci sarebbero state le presidenziali e quindi la fiera diventava una tale occasione per attingere ad un serbatoio di voti enorme. Non bisognava dimenticare che quell'elettorato, costituito per la maggior parte da contadini, rappresentava una fetta grandissima della torta delle votazioni. Per importanza venivano subito dopo le lobby dei petrolieri e dei venditori d'armi. In quei tempi le Fiere divenivano uno dei luoghi sacri della politica, luoghi che si prestavano, proprio per la loro natura intrinseca, ad essere pulpiti naturali per entrare nella mente del popolo. Si discuteva così delle cose più vicine alla gente comune come la Sanità, il costo della benzina, il Wellfare. Qualcuno azzardava anche il tema scottante della guerra, ma erano in pochi e la cosa risultava del tutto controproducente. Ogni tanto, durante quel comizio, Pearl aveva grugnito il proprio verso. Non si capiva se in tono d'assenso o diniego. Steve aveva notato la stessa espressione in alcuni uomini vicino a lui. Nell'aria, in sottofondo, si sentiva una musica folk-country. A guardare bene, infatti, in un palco vicino si susseguivano piccole band musicali, formate perlopiù da ragazzi ma c'erano anche tanti veterani con delle barbe lunghe e posticce che si esibivano con le loro chitarre, violini e banjo. In alcuni gruppi non era strano vedere qualcuno usare il Dobro, sapete quella chitarra metallica tutta rilucente che con quel timbro tanto particolare si adattava magnificamente a quel contesto fieristico americano. Non c'era dubbio, quella era la colonna sonora  perfetta. Si suonavano i mitici Byrds, Buffalo Springfield, Neil Young... Steve amava quella musica a tal punto che nella sua fattoria aveva adibito un pezzo di stalla ad una modernissima ed efficientissima sala audio, dotata di un impianto Hi-Fi che non avresti trovato nemmeno nel più sofisticato attico al centro di New York. Amava, mentre lavorava coi suoi maiali, ascoltare a tutto volume le canzoni della sua giovinezza, che in quel momento riviveva come se ci fosse ancora dentro. Anche Pearl ne andava matto, soprattutto quando la stalla risuonava delle note dell'album dei Byrds
The notorious byrd brothers.
Non c'era che dire, Pearl era proprio un intenditore. Una campana richiamò tutti i concorrenti per la gara più attesa: quella del verro più bello e più grosso. Erano le dodici in punto e Lola e Litzie erano in prima fila a fare il tifo per il loro Pearl. Eccoli dunque sfilare uno a uno, con il loro numero ben visibile sul petto grasso, questi splendidi maiali dai colori e dalle grandezze più diverse. Ognuno era accompagnato dal proprio allevatore e così Steve portò orgoglioso in posizione il suo verro. Sul lato destro della staccionata, su un piccolo palco di legno dipinto di rosa troneggiava, con un bel fiocco bianco sulla testa, una splendida e lussureggiante scrofa. Il conduttore chiese ai giurati di votare per assegnare quel magnifico primo premio. Dopo dieci minuti di un brusio concitato, i giurati raggiunsero il verdetto. Si fece un profondo silenzio. Poi il conduttore, schiarendosi la voce annunciò il vincitore. Vinse con il numero 220 un bell'esemplare di 290 chili, con striature brunastre sul dorso e una faccia che non era lontanamente paragonabile alla nobiltà e fierezza di quella di Pearl. Eppure aveva vinto. Steve rimase molto deluso e, trattenendo a stento le lacrime, si ritirò in buon ordine, carezzando Pearl sul dorso e sussurrandogli parole di consolazione. Tutta la famiglia Morris si ritrovò tutta lì, immusonita non poco dall'accaduto. La Fiera si poteva dire ormai conclusa, visto che non c'era più nulla da fare per loro. Dopo un lungo silenzio disagevole, Litzie notò improvvisamente uno di quei banchetti che vendeva il delizioso
Corn Dog e vi corse incontro tutta allegra, gridando di gioia. Ecco un altro simbolo effettivo di quella Fiera. Il Corn Dog era un hot-dog fasciato da un involucro di pastella di granoturco che, cotto in un olio bollente usato troppo spesso, veniva servito infilzato in uno stecco di legno. E' un alimento essenziale nelle Fiere quasi quanto il Pop-corn con il burro fuso sopra lo è nei cinema. Non si poteva dire di essere stati ad una Fiera americana se non si provava il famigerato Corn Dog, che era un vero e proprio attentato alla salute.
I Morris si sedettero così su una panchina assolata, con dietro staccionate e roulotte, a gustare la cosa più buona che la grande America avesse mai prodotto. Fu così che, piano piano, il sorriso tornò a rilassare i lineamenti contratti di tutta la famiglia. Si guardarono l'un l'altro compiaciuti e con allegria e ammirazione guardarono tutti  Pearl  consumare i suoi dieci
stecchi assassini con aria soddisfatta e compiaciuta.
Gianluca Nicastro