Settimanale, anno 11 - n. 39
Ven, 26 Aprile 2019

A propos de >> Stephen Stills Live

Musica a 360 giri

Grande partecipazione di pubblico ieri sera 1 ottobre all'Auditorium Parco della Musica di Roma per il ritorno in concerto di Stephen Stills, dopo i recenti problemi di salute e il Tour estivo americano con i compagni di sempre Crosby e Nash.
Il grande Stephen non ha bisogno di presentazioni per l'eterogenea platea di tutte le età che è accorsa alla Sala Sinopoli sull'onda delle indelebili emozioni che Stills ha trasmesso con la sua musica dal 1966 in avanti, con i 
Buffalo SpringfieldCrosby,Stills, Nash & Young, Manassass e nella sua brillante carriera solista. L'inizio del concerto romano, vero e proprio esordio del Tour Europeo 2008, lo vede sul palco da solo con la sua storica Gretsch White Falcon e 9 chitarre acustiche Martin, da sempre le sue preferite. 
Colpisce l'impegno, la concentrazione e la voglia di darsi al pubblico, i suoni sono eccellenti, ma la voce ogni tanto traballa, l'intonazione non sempre felice (stona addirittura nell'omaggio a 
Dylan "Girl From The North Country") e la mano non sempre è impeccabile negli intricati arpeggi in accordature aperte e modali eseguiti con meno disinvoltura del solito. Il repertorio però lo sorregge e, uno dopo l'altro,  scorrono i classici senza tempo: "Helplessly Hoping", "Johnny's Garden", "Change Partners", "Blind Fiddler" e un'esaltante " Suite Judy Blue Eyes" che manda in visibilio i presenti. La prima parte del concerto si conclude con una sensazione di incertezza fra la gioia di vederlo dimagrito, in discreta forma fisica e con lampi frequenti di genialità chitarristica e stupendo feeling vocale e l'angoscia nel cogliere inaspettati e per lui inconsueti momenti nei quali le mani e le corde vocali lo tradiscono.

La liberazione, per fortuna, arriva nel secondo tempo dello show: con la band elettrica al completo (con i fidi vecchi amici di 35 anni fa mezzo-italiani 
Kenny Passarelli al basso e Joe Vitale alla batteria, più il giovane ottimo Todd Caldwell, texano come Stills, alle tastiere) Stephen  si galvanizza ed autoesalta per l'energia e la carica che riescono a sprigionare. Imbracciata la chitarra elettrica non sbaglia una nota e si produce negli stupendi assoli che lo hanno reso celebre. Ne guadagna enormemente anche la voce, acquista potenza e convinzione ed esce alla grande. Magnifiche le versioni di "Dark Star", "For What It's Worth", "Ole Man Trouble" (nonostante un inizio vocale vacillante) una serie di blues sanguigni e trascinanti, fino alla conclusione con l'inno di una generazione, la celeberrima "Woodstock" scritta dall'amica Joni Mitchell per celebrare l'omonimo festival-evento dell'Agosto 1969. 
C'è da augurarsi che Stills, dopo l'esordio romano, carburi al meglio e ritrovi salute e forma vocale smaglianti concerto dopo concerto per deliziare e appassionare ancora le platee di tutta Europa come ci aveva abituato in passato, al 100% delle sue possibilità. Quando tutto funziona è ancora un musicista eccellente da riverire ed ascoltare con immenso piacere e rispetto. 

Andrea Angelini                         (2.10.08)