Settimanale, anno 16 - n. 20
Mer, 6 Dicembre 2023

Recensioni >> Tell Tale Signs -Bob Dylan

Introdurlo è sempre una fatica. Longevo, odioso, invecchiato male. Un po' di Grammy all'attivo,  un Oscar, un Pulitzer, un film tutto dedicato a lui e come lui incomprensibile. Sempre in lizza per il Nobel per la letteratura, sempre invisibile ma sempre "dal vivo" e ancora adesso, benché lui sembri assolutamente disinteressato della politica, basta che gli sfugga una piccola constatazione a favore di Obama ed è come se avesse parlato la Statua della Libertà. Sempre incorporeo ma sempre in concerto, lui che fa di un concerto un tetro specchio che lo ritrae impassibile, odioso e invecchiato male. Ma è Bob Dylan, quindi ha tutto un altro valore. E' il significante, Dylan stesso, a fare il significato. I segni su quel volto, uno ad uno, raccontano come lui sia ancora qui: nessuna finzione, sono rimasti solo quegli occhi azzuri, infossati in quella maschera di rughe, a raccontare chi è quell'uomo.
Anche quest'anno qualcosa di lui sugli scaffali è arrivato. Per il collezionista, per chi dice "ti do un'altra chance", per chi lo canta in parrocchia e non sa ancora che
blowin'in the wind è lontanissima da Bob Dylan da almeno 25 anni, per chi, come me, lo conosce e si dice "mi tocca" non in senso emotivo ma come una condanna, tipo... andare a trovare la zia che non sta tanto bene e che ti offre quel dolce un po' pesante che non fa più tanto bene ma che ti ricorda quando non ne potevi fare a meno e quindi alla fine un po' ti piace e un po' te lo fai piacere... insomma quel tipo di condanna.    
L'ennesimo
Bootleg of Series (l'Ottavo) -Tell Tale Signs -, ossia le outtake, le canzoni che non hanno trovato spazio negli album ufficiali. Dal 1989 al 2006 Dylan ha pubblicato album straordinari, due sopra a tutti Oh Mercy e Time Out Of Mind, e altri due di musiche originali più fedeli a quello che davvero Bob Dylan vuole trasmettere (autoprodotti sotto lo pseudonimo di Jack Frost) Love & Theft e Modern Times, molto più scarni ma profondamente integri e sentiti.  
Prima di elencare le tracce è doveroso un
excursus sulla più straordinaria dote di questo artista: con Bob Dylan non ci saranno mai due canzoni uguali. Per lui, una canzone vive nello stesso istante in cui viene eseguita e muore subito dopo, se eri presente l'hai sentita altrimenti è scomparsa. Come Like a Rolling Stone, che è stata eseguita completamente una sola volta - alle tastiere Al Kooper non era previsto: si era solo intrufolato -  ed ecco come una formula alchemica che si è scatenata per puro caso, come una mela in testa o Flaming con la muffa, il caso e Bob Dylan hanno scritto la canzone più importante del secolo scorso, ripeto, registrata una sola volta. Quindi non meravigliatevi se troverete alcune canzoni con lo stesso titolo: non vi hanno fottuto i soldi, ma è Dylan che fotte se stesso. Stravolge finché non trova qualcosa, le canzoni hanno lo stesso titolo ma hanno un corpo e un anima completamente diversi. Quindi comparare Bob Dylan con Bob Dylan è praticamente assurdo. Io questa volta ci provo.   
 La prima traccia
Mississippi contiene la metà degli accordi che in seguito l'accompagnerà nella versione di Love & Theft ma qui si ha la sensazione di vederla nuda e capirne l'origine: con un fraseggio che la tiene completamente in piedi questa canzone aprirà anche il secondo cd ma questa volta con un approccio più cupo e dal cantato più nasale e tetro. Most Of The Time invece è una sorpresa: la canzone è una ballata che il produttore Daniel Lanois riuscì nell'89 ad ingravidare di enfasi e che invece il musicista aveva presentato come fosse una canzone del suo odiato alter ego, il menestrello. Questa versione è un'altra canzone, è uno scheletro con il cuore dietro le ossa del torace, è Dylan come tutti lo vorrebbero vedere, semplice e sofferto e forse troppo fragile. Dylan mostra le due facce anche della sua ultima opera originale, Someday Baby è diventata ora una marcia, una canzone incalzante da road movie, lontana dal rock blues della versione che gli è valso il Grammy come miglior performance rock vocale, mentre Ain't Talkin è resa qui più grintosa, con il basso che preme e comprime la canzone forse non lasciandole il respiro che merita. Red River Shore è la prima traccia inedita, uno scarto di Time Out Of Mind, ed è una di quelle canzoni che valgono il prezzo del biglietto per entrare nel circo di Bob Dylan, una ballata in 3\4 che comincia piano con la luce che si spegne e la canzone che soffia come la fisarmonica l'aria, ed è così bello che sembra di stare in un pub in Irlanda ad ascoltare una lunga storia da un amico.Una sensazione che vorresti che non finisse mai. Della stessa intensità e gloria è ‘Cross The Green Mountain, brano visionario e profondo inciso da Dylan per un Film Tv. Mentre Dylan presta le sue musiche meno interessanti a film più o meno noti (North Country e Lucky You) si affaccia una canzone facile come Born In Time ma ben più  gradevole in questo arrangiamento dell'89, con slide e piano in evidenza. Sorprende ancor più una versione di Can't Wait, uno dei miglior blues rock che Dylan abbia scritto: il canto di Dylan, noto per essere un gracchiante suono buio e  incavo, qui è limpido come se lui fosse lo stesso che nel 79 incideva Gotta Serve Somebody, cantata un ottava più alta rispetto a quella edita nel 97, Dylan dimostra che un po' ci fa e un po' ci è.     
Dreamin' Of You  e Marchin' To The City palesano ancora una volta perché Bob Dylan continui a vendere così tanto a 63 anni.    Poi la magia ha la sua crisi, si affievolisce con il secondo cd, non c'è viagra che possa salvarlo dalla caduta. La presenza di alcuni brani live è assolutamente pretestuosa, per il piacere di pochi (ma veramente pochi) e con una scelta opinabile. Esecuzioni live di rilievo sono ben altre (come Restless Farewell nel 95 per festeggiare l'ottantesimo compleanno di Frank Sinatra e Little Moses, canzone per bambini eseguita a San Josè nel 92 ).
E' davvero possibile che non ci fosse altro materiale in questi 20 anni da mettere al posto di una versione live malamente registrata? Ma nell'insieme mi ritrovo ad ascoltarlo e dico: va bene Bob ti do un'altra chance...ma la prossima volta...E se dovessi chiudere un film così come chiudo questa recensione userei
Miss The Mississippi, deliziosa cover del 1992. Con un dolce piano sequenza: un vecchio uomo col sigaro e il suo vecchio cane sono seduti sulla loggia e placidamente guardano il fiume, il fucile usato 30 anni fa è sul camino, il whisky dentro un barattolo di vetro. L'immagine si allontana finché non riesci più a distinguere la sagoma del vecchio uomo ma hai la netta sensazione che lui stia ancora lì e ti stia fissando.

Massimo Bomprezzi                   (12.10.08)