Settimanale, anno 11 - n. 39
Ven, 26 Aprile 2019

Recensioni >> Coldplay- Viva la Vida

Dopo quasi dieci anni dalla cellula primordiale dei Coldplay (databile settembre 1996), quando Chris Martin e Jonny Buckland, rispettivamente frontman e chitarra principale dell'attuale band, parteciparono alla festa delle matricole all'University College di Londra, la band britannica torna in studio (2006) per l'uscita del loro quarto album pubblicato il 13 giugno 2008: Viva La Vida or Death And All His Friends o più semplicemente Viva La Vida.
Nuovi presupposti e nuovi obiettivi finalizzati alla creazione di un sound completamente diverso rispetto agli album precedenti: per chi si aspetta il linguaggio tipico dei Coldplay con le peculiari combinazioni dei riff di chitarra, che con molta facilità "ti entrano in testa", e dell'inconfondibile piano di Chris Martin, potrà trovarsi spiazzato per ciò che ascolterà. La band stessa ha ammesso (molto fiduciosamente) che l'intento era quello di pubblicare l'album più bello degli ultimi 40 anni, con all'interno una canzone "che tutti devono ascoltare almeno una volta prima di morire".
L'atmosfera sognante ed evasiva, che in alcuni punti ricorda quella dei Radiohead, prevale in pezzi come Violet Hill (primo singolo estratto dal disco), Viva la Vida, Cemeteries of London. L'uso del pianoforte è completamente cambiato rispetto a A Rush Of Blood To The Head: chiunque abbia ascoltato questo disco ricorda perfettamente il suono dell'inizio di Clocks o di The Scientist, ma non riconoscerà quel tipo di suono in Viva la Vida. Il piano di Chris è diventato più "pianistico" e per alcuni aspetti (vorrei azzardare) si è ispirato alle sonorità aleatorie e un po' arabesche di Claude Debussy. Tra i titoli dei pezzi di atmosfera onirica va aggiunto anche 42, titolo forse riferito al fatto che il disco dura complessivamente circa 42 minuti. L'unico pezzo che forse presenta un legame maggiore con lo stile precedente è Lovers In Japan / Reign Of Love, che dopo il quarto minuto di esecuzione diventa un'accattivante ballata, quindi in linea con lo spirito complessivo dell'album. La grande cura nella scelta e nell'utilizzo dei suoni, come solo i Coldplay sanno fare, rende i loro pezzi unici e sicuramente irriproducibili da mani che non siano quelle di Chris Martin (voce e piano), Jonny Buckland (chitarra principale), Guy Berryman (bassista) e Will Champion (batterista e percussionista).
Nella musica, come nei sogni, elementi di natura diversa e disconnessi trovano la giusta armonia attraversando un unico filo conduttore: melodie arabeggianti (Yes) ed etniche (Strawberry Swing e Lost!) miste ai ritmi occidentali, il pianoforte e il synth, il suono degli strumenti prettamente sinfonici (gli archi, i timpani, gli organi) e degli strumenti elettronici (ad esempio le chitarre elettriche) apparentemente forse non hanno niente in comune, ma in realtà ogni cosa è al suo posto ed è collegata al resto (basti pensare che il primo pezzo, Life In Technicolor, inizia con lo stesso identico motivo con cui finisce l'ultimo pezzo dell'album, Death And All His Friends). Gli arrangiamenti dei Coldplay sono allo stesso tempo provocanti e provocatori e per trovare quel determinato suono acustico tipico di questo disco, la band ha ritenuto molto stimolante suonare nelle chiese di Barcellona. Forse una mancanza di rispetto nei confronti del giusto posto degli elementi? Tutt'altro, è il perspicace tentativo di rinnovamento della band inglese che attinge sia al passato che al futuro, il classico incontra la tecnologia e l'acustico e il digitale trovano il "giusto accordo" in tutti i sensi.
"We were trying to say that there is an alternative", afferma Chris Martin, c'è ancora un'alternativa nella musica, essa è "La Libertà che guida il popolo" (il famoso dipinto di Eugène Delacroix, che è la copertina dell'album) e il suono dei Coldplay è la prova concreta che è ancora possibile fare musica con sincerità e passione.

Mina Chiarelli             (7.12.08)