Settimanale, anno 10 - n. 3
Sab, 19 Agosto 2017

La Soffitta >> I could be right, i could be wrong...

Gruppi, dischi, storie e personaggi che hanno fatto la storia della musica!

Interpol - Our love to admire
Capitol Records (2007)

Gli anni ottanta non sono ancora morti, anzi. Dopo averci stupito nel 2002 con il bellissimo album di debutto Turn on the Bright lights, aver diviso la critica con il successivo lavoro del 2004 Antics, gli Interpol tornano sulla scena alla grande con questo album uscito nel 2007. Our love to admire appare da subito come inconfondibilmente Interpol e innegabilmente nuovo già dal primo ascolto.
Gli anni ottanta ci sono tutti, ma con loro c'è anche un nuovo suono di una melanconia post-futurista, talmente intensa da lasciare l'ascoltatore leggermente disorientato. Si viene così trasportati in una dimensione sconosciuta, ma che nei successivi ascolti del disco si va via via identificando con un'immagine profonda e nascosta, sepolta in fondo al nostro subcosciente.
Il cantante chitarrista Paul Banks, il bassista e tastierista Carlos Dengler, il batterista Sam Fogarino e il chitarrista solista Daniel Kessler sanno rievocare in una originalissima visione odierna la musica che molti di noi hanno amato in gruppi come i Joy Division, The Cure, The Chameleons, Echo and the bannyman restituendoci il concetto di new wave-dark in una chiave del tutto nuova. "Più tagliente delle luci del mattino", così potremmo definire la musica degli Interpol. Anche la copertina dell'album non lascia molti dubbi sulla natura istintiva e insieme gelida di questo gruppo newyorkese. La voce del cantante Banks è più dolce e intensa, meno distante degli album precedenti e si conferma come un degno mix di voci caratteristiche come quella di Ian Curtis, Richard Butler degli Psychedelic Furs e Patrick Fitzgerald dei Kitchens of Distinction.
Il brano d'apertura Pioneer to the Falls, elegiaca, incantevole e minimale, si pone subito come manifesto dei toni dell'album: la voce di Banks diviene quasi atonale, accompagnata da chitarre mai invadenti, arricchite da sottolineature leggere delle tastiere che disegnano atmosfere inquietanti e fumose. Si apre il sipario: la scena è cosparsa di una luce livida, pesante. Quello che scorgiamo nella penombra è una piccola stanza con al centro un letto d'ottone spento dal tempo, una piccola finestrella dalla quale entra una luce fredda e notturna. A guardare meglio vediamo che c'è un'ombra sul letto che sembra guardare verso di noi. La luce lentamente ce ne fa vedere il volto. Un brivido allora corre lungo la schiena.
Segue una briosa e perversa No I in Threesome, torbidi intrecci sentimentali con chitarre e piano saltellanti che riescono a regalare alla voce di Banks un breve volo arioso. Niente paura: Rest my chemistry col suo tono spettrale blocca subito l'ottimismo poco genuino che si stava diffondendo. Siamo solo a metà lavoro ma capiamo subito che la strada che stiamo imboccando non ci porterà verso assolati e deliziosi prati verdi, bensì verso vedute cimiteriali con atmosfere da romanzo gotico. Scivoliamo così verso la fine, in una marcia tenebrosa e catartica e arriviamo al connubio di ritmiche spezzate e tastiere congelate in atmosfere invernali di Wrecking Ball che finalmente apre la via ad un finale che è un vero e proprio capolavoro da fuoriclasse. Ecco allora comparire sulla scena la bellissima The lighthouse: una scogliera a strapiombo su un mare in tempesta come rappresentazione onirico-mistica ed effimera del vissuto. La voce di Banks si confessa al microfono illuminato da un cono di luce, mentre tutt'intorno è solo oscurità. Le chitarre sono suonate come dei mandolini sferraglianti da spettri luminescenti. Quella voce che sembra così lontana ci appare per un momento più vicina e famigliare e ci sta sussurrando che la vera bellezza è accecante e che va guardata sempre ad occhi chiusi.

I could be right, I could be wrong...
La sera era finalmente scesa sul piccolo paese di Sant'Osvaldo. L'alpe di Riusi troneggiava magnifica tutt'intorno e gli abitanti del villaggio si affrettavano a chiudere le loro faccende e raggiungere le loro case. Dopo una lunga giornata di lavoro, non c'era niente di più bello che sedersi alla propria tavola, contornati dalla propria famiglia, riscaldati da un genuino focolare scoppiettante di legno di duro pino, a gustare tutte le squisitezze che quella zona regalava e che per molti versi era ancora rimasta a stretta vocazione contadina. Si mangiava così speck ben stagionato, formaggi caprini, canederli agli spinaci e formaggio, stinco di porco, polenta a non finire. La birra era la bevanda preferita. Se era inverno, fuori faceva veramente freddo, si arrivava a toccare punte di -15 gradi e, a quel punto, non era bello stare all'aperto. Ecco perché tutti si affrettavano a finire in tempo utile i loro lavori. Anche chi aveva il negozio chiudeva massimo alle 5 del pomeriggio, ché già sembrava mezzanotte.
Pure il signor Fritz Baumgarten, apicoltore, era pronto per rientrare a casa quella sera. Spesso prima di rincasare, si fermava dal suo amico Max Malenger che viveva in un antico mulino, restaurato con grande cura. Il mulino era azionato dall'acqua di un fiumiciattolo. A Fritz piaceva non poco osservare il suo amico mentre macinava la spelta e altri antichi cereali, filosofeggiando su Dio e il mondo. A quel punto Max si fermava e offriva al signor Baumgarten un po' della grappa ai mirtilli fatta con le sue mani. Brindavano così al buon tempo andato e a tutte le cose semplici e genuine della vita.
Il maso Plun non era molto lontano da Sant'Osvaldo. Dalla piazza del paese, camminando lungo il vicolo Vogelweider fino alla strada che conduce a Ponte Gardena e proseguendo verso un sentiero a sinistra che si inerpica fra la boscaglia, poteva essere raggiunto dopo un'ora di buon cammino. Tutto in legno di abete, il vecchio maso risaliva al 1600 e si trovava immerso in larghi frutteti.  Apparteneva alla famiglia Baumgarten da intere generazioni. Certo, a vederlo di notte faceva un effetto tutt'altro che confortante, ma di giorno era veramente uno spettacolo da vedere in quella natura ancora incontaminata. Il vecchio Fritz doveva solo finire di tagliare gli ultimi ciocchi di legno per l'antico camino del suo maso, per riscaldarsi un poco in quella lunga sera. Andò nel vicino fienile a controllare e a sincerarsi che le sue api si erano sistemate in maniera confacente nell'apiario. Perse qualche minuto a osservarle e poi gli disse: "Non abbiate fretta, bimbe mie. L'inverno finirà presto e con la primavera e infine l'estate produrrete il miglior miele della valle." Le chiamava bimbe proprio come se si stesse rivolgendo a dei pargoletti. D'altronde quelle bimbe gli avevano fatto vincere un'infinità di premi negli anni passati. Già il miele dell'Alpe di Siusi era considerato pregiatissimo in tutto il mondo. Figurarsi quanto poteva essere orgoglioso del suo che era il migliore appunto di quella valle.
In casa preparò in tutta fretta qualcosa da mangiare. Mangiò voracemente e bevve avidamente. Prese allora un vassoio e iniziò a metterci sopra tutto quello che poteva essere considerato come una cena per qualcun'altro. Tutti sapevano che Fritz viveva da solo. La moglie Kristine era morta anni prima e sua figlia Verena in paese non l'avevano più vista da quando aveva compiuto i 14 anni. Scomparsa nel nulla. Da quei tempi erano già passati 6 anni. In paese l'avevano sempre considerata come una bella ragazza, piena di vita e di allegria. Ogni volta che passava nel bar del paese, i paesani si giravano tutti a guardarla, talmente era bella. Qualcuno diceva che era fuggita con una setta, tipo le bestie di satana.
Fritz scostò un tappeto dal pavimento legnoso e aprì una botola con tanto di scala e luce. Scese col vassoio. Una camera alquanto piccola formava questa parte sotterranea. La cosa particolare, a girarsi intorno, era che le pareti erano formate da spesso cemento e ricoperte da una pellicola insonorizzante. Si voleva evitare così che un qualsiasi suono potesse uscire da quella gabbia. A vederlo bene era un vero e proprio Bunker, costruito da Fritz in persona, perché le mani le sapeva usare bene. Non c'erano finestre ma solo luci artificiali. Una libreria in legno chiaro piena zeppa di libri di ogni sorta, una piccola scrivania e un letto di ottone ormai annerito dal tempo. Una piccola porta (piccola perché non superava il metro e cinquanta) garantiva l'accesso al bagno, del tutto essenziale. Non c'era nemmeno il bidet. Ad abbellire le nudi pareti qua e là solo qualche manifesto. Ian Curtis dei Joy Division era il re di quella stanza; ad occupare spazi più piccoli c'erano anche The Echo and the Bunnyman, Psycadelic Furs. Non poteva mancare certo l'androgino David Bowie che ammiccava misterico allo spettatore. Per la stanza risuonavano tutto il giorno i dischi degli anni ottanta.
Un'ombra allora si mosse sul letto. Era una ragazza dagli occhi verdi e i capelli scuri. "Proprio come la madre" pensò il signor Baumgarten. La pelle era di un biancore quasi accecante. La magrezza e uno sviluppo irregolare facevano di questa creatura una cosa che non incuteva terrore ma pietà.
"Come sta la mia ape regina? La mia unica, bellissima ape regina?" disse Fritz accarezzandole il viso, scostandole i capelli sporchi e unti dal viso smunto. "Allora Verena, hai passato bene la giornata?". La figlia allora lo guardò un po' imbambolata e istupidita, mugugnò un qualche suono che voleva essere una risposta. La ragazza di fatto passava tutto il tempo da sola, in completa solitudine, senza poter mai parlare con qualcuno, senza potersi muovere se non in dieci metri quadri, senza avere la benché minima idea di che ora fosse. C'era da impazzire, costretta a vivere in una tale prigionia. L'unico sfogo per superare quelle piccole quattro pareti era sentire tutto il giorno la musica della sua adolescenza che la confortava così e l'aiutava a sopravvivere a tutto questo. Se non era la musica, erano i tantissimi libri che Verena aveva nella sua libreria. Molti di quei libri li aveva già letti infinite volte, fino quasi a conoscerli a memoria. Quello che più preferiva era L'uomo che ride di Victor Hugo. Una storia che l'aveva realmente affascinata, così lontana e così vicina alla sua esistenza, che poteva essere benissimo rappresentata come una mutilazione. Libri nuovi ne aveva pochissimi, per lo più glieli portava il padre. Ma si trattava di libri che non avevano nessun interesse per lei: sull'apicoltura, sull'agricoltura, sul bricolage, sulla falegnameria. Insomma tutte quelle cose che devono piacere se no...Comunque in tutti quegli anni lei era sopravvissuta. Se era un bene o un male lei non lo sapeva.
Agli inizi degli anni ottanta, la piccola Verena stava entrando nella pubertà, cominciava ad avere le tette e le mestruazioni, e cominciavano i primi ammiccamenti dei ragazzi più grandi. Di lì a poco, la ragazza sembrava fuori da qualsiasi controllo, a detta di Fritz. Faceva tardi nei locali, bevevo, fumava. Frequentava persone sbagliate. Il signor Baumgarten semplicemente non accettava che la figlia avesse una propria vita e crescesse come tutte le altre ragazze del paese, senza alcuna regola. Doveva fare qualcosa, costruire un luogo dove avrebbe potuto, anche con la forza, tenerla lontana dal mondo. Il suo mondo doveva essere solo suo padre. Doveva metterla al sicuro. E così aveva fatto il 24 agosto del 1984. Era da allora che il padre abusava di lei, sussurrandole parole d'affetto. Lei via via nel tempo aveva perso ogni resistenza ed era divenuta come quelle inutili bambole gonfiabili: senz'anima.
Dopo averla posseduta, il signor Baumgarten amava intrattenerla raccontandole varie storie sulla vita dell'apicoltore, quale lui era. Con una velata malinconia, gli raccontò del suo passato, quando col fratello Egon, verso la fine di giugno, intorno al giorno dei SS. Pietro e Paolo, si recavano a piedi da Sant'Osvaldo fino all' Alpe di Siusi, portando sulla schiena le arnie di paglia con le api, ché a quel tempo non avevano ancora gli alveari. Era davvero faticoso, ma lo facevano volentieri. Si sa che il miele d'alpeggio è semplicemente unico, quando deriva prevalentemente dai fiori di rododendro: cremoso, di delicata dolcezza e fruttato. Ma il pericolo era dietro l'angolo. Succedeva spesso che a causa di un improvviso cambiamento climatico o un abbassamento della temperatura, la fioritura veniva danneggiata e le api quindi rimanevano senza cibo. A quel punto lui e il fratello dovevano nutrirle con acqua zuccherata, per non farle morire. "Cara Verena, la Natura oggi regala copiosamente, domani toglie repentinamente!" diceva sempre Fritz inorgoglito da questa filosofia spicciola.  Verena a quel punto chiudeva gli occhi e sognava di campi aperti, di alpeggi, di boschi rigogliosi, di ruscelli, di profumi inebrianti. Tutte cose che il padre gli aveva negato e che paradossalmente prendevano vita e consistenza in quei momenti evocativi e di rimembranza del suo carceriere. Il signor Fritz vedendo che sua figlia si abbandonava quasi melliflua ai suoi racconti continuò cominciando a carezzarle il seno pieno e turgido da ventenne. Le disse allora che l'esperienza gli aveva insegnato che era più ragionevole collocare gli alveari sull'alpeggio nelle immediate vicinanze del bosco, perché il dolce nettare degli aghi degli alberi non veniva danneggiato dalle intemperie così come i pollini dei fiori. Del resto, riteneva che il miele del bosco era in ogni caso migliore. Si presentava di un colore rosso-marrone scuro, liquido, dal gusto intensamente saporito e non così dolce e stucchevole come quello dei fiori. In fondo era proprio questo che rendeva inconfondibile e ineguagliabile il miele di bosco dell'Alpe di Siusi, così buono e forte. Spinse allora il capo della piccola verena proprio lì, fra le sue gambe, grugnendo di piacere.
"In fondo le api mellifere sono di animo buono" disse Baumgarten a Verena che stava ora guardando il vuoto davanti a sé. Raccontò come il più delle volte, quando trafficava vicino a loro, era senza alcuna protezione. Bastava muoversi lentamente, delicatamente e con sentimento per non essere punti. C'erano quasi 20.000 specie d'insetti che appartenevano alla famiglia delle api. La maggior parte erano solitari. L'ape mellifera invece apparteneva alle poche specie che formavano delle società, mentre da sola non sarebbe sopravvissuta. All'interno di una colonia c'era una precisa divisione del lavoro. Era questo il segreto del successo della specie e soprattutto del favoloso prodotto che ne usciva. Se solo anche l'uomo avesse capito questo piccolo meccanismo sicuramente ne avrebbe guadagnato in grado di civiltà. Naturalmente, bisognava essere responsabili e prendersi cura regolarmente di questi insetti, altrimenti niente miele. Ma era un piacere dedicarsi al mondo di quelle api, un universo meraviglioso il cui regalo era il miele, un dono divino.
Era ormai l'una del mattino. La ragazza giaceva immobile e addormentata sul letto d'ottone. Fritz Baumgarten si poté ritenere soddisfatto della serata. Si alzò. Guardò sua figlia, sentì che era proprio la sua felicità così come le api che allevava. Sentì che niente e nessuno avrebbe mai potuto strappargli quella felicità, messa su con tanta fatica. Tutto questo fortunatamente sarebbe durato per sempre. Si chinò su di lei, la baciò e, quasi a voler coronare quell'amore pulito, le disse sussurrando: "Vorrei dei figli da te, mia dolce Verena.." Spense la luce e se ne andò di sopra.
Verena, una volta sola, aprì gli occhi che erano inondati da lacrime fluenti. Stringendo i pugni per il dolore, si accorse di stringere nella mano destra un coltello che aveva sottratto dal vassoio della cena in maniera inconscia, attraverso un automatismo, mentre suo padre gemeva con gli occhi chiusi dal piacere. Fu allora che le fu tutto finalmente chiaro...

Gianluca Nicastro