Settimanale, anno 11 - n. 51
Ven, 19 Luglio 2019

Recensioni >> Placebo - Battle For The Sun

Lo ammetto, ho sempre paura quando esce un nuovo album dei Placebo. Ho paura che quella miscela perfetta di suoni che il gruppo riesce a creare non ci sia più, che il gruppo perda quella magia che ha contraddistinto la loro produzione fino ad ora. Questo è il sesto album in studio e già la copertina mi fa capire che qualcosa è cambiato. Ed effettivamente è cosi: nuovo batterista, abbandonata la "Virgin" per un'autoproduzione diretta, un lungo tour che ha portato il gruppo ad avere problemi interpersonali. E quindi dopo tre anni dall'album "Meds" ritornano con Battle for the Sun prodotto da David Bottrill, produttore dei Tool e dei Silverchair. La produzione dell'album potrebbe far pensare a suoni che ricordano ambientazioni dark ma non è cosi: Battle for the Sun è un album decisamente più solare, più aperto, in certi momenti anche diverso dalle classiche sonorità che contraddistinguono il gruppo.  E' quindi un album che mi lascia perplesso anche se il brano di apertura Kitty Litter mi colpisce positivamente sia per la potenza e la carica, sia per la voce di Brian Molko, sempre ammaliante e stupenda. Molti sono i brani di alta qualità in questo album: Battle For The Sun, Kitty Litter, Happy You're Gone, Come Undone, For What Is Worth. Brani dove anche le classiche ballate scure che hanno fatto un po' la fortuna dei Placebo, trovano spazio. In particolare volevo soffermarmi sul brano Bright Light dove nel cantato di Brian Molko, nelle sue melodie vocali, troviamo un po' la storia del rock anni ‘70 e ‘80. Dentro ci si può sentire David Bowie, Marc Bolan, le chitarre aperte spaziali perse nell'infinito, una ritmica che a volte potrebbe far pensare agli U2, ma tutto con il classico marchio dei Placebo. "No one can take it away from me, no one can tear it apart" canta urlando con un sottofondo aperto di chitarre, sicuramente uno dei punti più alti di tutto l'album dove la sintesi di questo album, storie d'amore stupende o sofferte, è espressa al massimo. The Neverending Why apre con delle chitarre veramente dure e fa capire che la strada è realmente cambiata: forse sentiremo i Placebo un po' più leggeri, più diretti magari ad attirare un nuovo pubblico più giovane tralasciando, anche se non del tutto per fortuna, quei suoni cupi dark che li avevano contraddistinti. I Placebo tra alti e bassi non hanno mai fatto brutti album e Battle For The Sun è sicuramente un altro punto a favore nella loro storia discografica. Nelle loro produzioni ci sono sempre state canzoni superiori alla media, sono sempre riusciti a trovare quella giusta alchimia di semplicità e complessità. Con questo album siamo tornati al suono post punk dei primi album: questa volta però più epico, con cori, violini e chitarre epiche. Manca il brano di punta che spicca sopra tutti gli altri e che lo farebbe diventare un capolavoro come era il vecchio "Meds". Ma si fa ascoltare, piace, lo si riascolta con piacere e la voce di Molko sa sempre catturare. In questa ricerca di nuova linfa per la creatività e nuove sonorità può però accadere di perdere il sentiero, di pensare che strade prese siano più semplici e siano le migliori: non è però cosi. La strada ora è buona ma perdersi e scrivere canzoni solo per attirare pubblico può essere una svolta in una direzione troppo banale... ora sta solo a voi cari Placebo, non deludeteci!

Claudio Lodi      (21.06.09)