Settimanale, anno 11 - n. 39
Ven, 26 Aprile 2019

Recensioni >> Slash

Slash, l'ultimo guitar hero. Una sigaretta perennemente ciondolante fra le labbra, un cappello a tuba che nasconde una enorme massa di capelli ricci e nerissimi, la fidata Gibson Les Paul a tracolla, il chiodo di pelle  misto con uno smanicato giacchetto jeans, una cascata di note che rapide e melodiose fluiscono incessantemente dal suo amplificatore marshall.
Questo è più o meno la descrizione steoreotipata che negli anni ha contraddistinto uno dei musicisti simbolo del rock hard. Slash, al secolo Soul Hudson, nato a Stroke on Trent Inghilterra il 23 giugno del 1965, ci propone nel suo primo disco solista dal titolo
Slash una serie di collaborazioni eccellenti che spaziano dal heavy, all'hard rock al pop disco. Ci sono nomi incredibili a cominciare dalla band di supporto, di primissimo livello la sezione rítmica  composta dal bassista Chris Chaney (Jane's Addiction, Alanis Morissette) il batterista  Josh Freese (Nine Inch Nails, A Perfect Circle, the Vandals),  poi si alternano alla voce gente del calibro di: Ian Astbury, Ozzy Osbourne, Fergie, Myles Kennedy, Chris Cornell,  Andrew Stockdale, Adam Levine, Lemmy Kilmister, Dave Grohl, Duff McKagan, Kid Rock, M. Shadows, Rocco De Luca, Iggy Pop, Alice Cooper.
Si comincia con
Ghost che vede il cantante dei CULT Ian Astbury dietro al microfono e l'ex Guns ‘n' Roses  Izzy Stradlin alla chitarra rítmica. Slash sa bene che deve cominciare l'album alla grande e la canzone non delude, infatti il riff portante e' potente e memorizzabile fin dal primo ascolto. La sua chitarra riesce ad essere prima voce ed al tempo stesso ottimo controcanto per le formidabili doti vocali di Mr Astbury. Ottimo inizio.
Si passa a
Crucify The Dead con Mr Ozzy Osbourne a farla da padrone.
Gli anni passano, le cellule invecchiano (soprattutto quelle celebrali purtroppo), ma oltre al mito c'e' sostanzialmente un cantante che sebbene non sia il più dotato vocalmente riesce sempre ad emozionare e coinvolgere. Per il terzo brano c'e' la sorprendente collaborazione con Fergie, cantante dei Black Eyed Peas. Beautiful Dangerous personalmente mi ha ricordato le vette artistiche che ai bei tempi di Appetite for Destruction Slash ed Axl hanno raggiunto insieme. Veramente Fergie ci incanta con una voce graffiante e potente, mentre Slash è libero  di sbizzarrirsi con la fida 6 corde. Tra i must dell'album.
In
Back From Cali l'interpretazione dell'immenso Miles Kennedy (Alter Bridge) è talmente preponderante da mettere totalmente in secondo piano la stupenda chitarra del nostro Slash, al quale piace essere sfidato, e non solo gli offre una seconda canzone (La bellissima Starlight) da cantare sul disco, ma nel tour promozionale lo sceglie come vocalist. Chris Cornell, dimenticati gli urli giovanili con i quali contraddistingueva le sue canzoni, ci offre un brano molto originale Promise in cui interpreta con molta esperienza ed indubbia capacità una non facile canzone. By The Sword vede alla voce quell' Andrew Stockdale che tutti abbiamo apprezzato nei Wolfmother.  Primo singolo, anch'esso fra le vette del disco. Unico neo, secondo me un pregio, sembra un omaggio ai Led Zeppelin.
La collaborazione del settimo brano
Gotten è con Mr Maroon 5 Adam Levine, non tra i miei preferiti, questo e' un brano abbastanza trascurabile, ma da rimarcare è l'intensità dell'arrangiamento degli archi e come Slash riesca ad aggiungere il suo tocco blues/rock senza affossare la canzone di chitarre, lasciandola libera di volare.
Doctor Alibi e' il mio pezzo preferito dell'album e vede dietro al microfono una icona del hard rock Mr Lemmy Kilmeister cantante/bassista dei Motorhead. Se non sapete chi sia o semplicemente volete approfondire leggete la sua autobiografia "La sottile linea Bianca". Tornando al brano in questione è basato su un grande e rumoroso riff di chitarra, veloce e cattivo e per far capire di cosa il buon Lemmy parla vi lascio due righe del testo della canzone, che recita :" I won't be the one you like - I won't be the boy next door -I won't be the chosen one - That's not what I'm here for - I don't like the way you are - I despise what you hold dear - Don't you try to make me change -I'll haunt you for a thousand years (Trad: Non saro' quello che ti piacera' - Non saro' il ragazzo della porta accanto(Bravo ragazzo) - Non saro' il prescelto - Non e' quello per cui sono qui' - Non mi piace come sei -  Io disprezzo quello che tu hai a cuore - non provare a farmi cambiare - Ti ossessionero' per 1000 anni). In questa strofa Lemmy ha nella voce tutti gli eccessi, le pazzie della vita on the road, dello stereotipo del R'n'R, ma allo stesso tempo la sua coerenza nel vivere fino in fondo a tutti i costi alla sua maniera figlio della working class inglese, alla faccia dei bei faccini politically correct della high class Coldplay. Un Must!!!
La strumentale
Watch This mi ha veramente sorpreso. Intanto perchè vede alla batteria Dave Growl, al basso Duff McKagan, quindi diciamo che come base ritmica siamo niente male, ma su una solida base rock acida Slash costruisce con la sua chitarra uno dei soli piu' belli ed intensi del disco. Assolutamente da ascoltare.  
Kid Rock ci canta
Hold On, una buona canzone rock con accenni quasi south country. L'ex di Pam (Anderson) sembra quasi cantarle il vuoto lasciato quando dice :"I hold on because I won't let go Even though I know there's solitude to low" (Trad: Tengo duro perche' non lascio stare anche se so che c'e' la solitudine da combattere)......
I successivi quattro brani sono:
Nothing to Say con Matthew Shadows, cantante della heavy metal band statunitense  Avanged SevenfoldSaint Is A Sinner Too cantata da l'italo tedescoRocco DeLuca, We're All Gonna Die con un'altra super stella Iggy Pop ed Chains and Shackles con Nick Oliveri ex Queens of the stone age. Tutti questi brani hanno un loro perchè, ma è stato giusto relegarli alla fine del disco, in quanto sono un gradino sotto agli altri.
Una curiosità  Slash aveva pensato a sua maestà Tom Yorke dei Radiohead per cantare "Saint is a Sinner Too" al posto di DeLuca, ma dice che al momento di chiamarlo  gli e' tremata la mano che teneva la cornetta, sarà vero? L'ha confessato lo stesso chitarrista in una delle ultime interviste rilasciate come promo del disco!!!!
Sulla versione inglese del disco trovate come extra altri brani, ossia la stupenda collaborazione che vede Alice Cooper duettare con la Pussycat  Dolls Nicole Scherzinger con
Baby Can't Drive, mentre al basso c'e' un certo Flea ed alla batteria un altro ex Guns Steven Adler. Canzone molto orecchiabile con un simpatico finale parlato fra il serio ed il faceto in cui Alice sentenzia: "You know I love ya baby, but baby can't drive Ya just can't drive,  I never said I could, Uh-uh, not my car"(Trad: Sai che ti amo baby, ma ragazza non puoi guidare, tu semplicemente non puoi guidare, non ho mai detto che potevo, ah ah non la mia macchina). Molto molto carino ed inquietante!!! Infine c'e' la collaborazione fra Cypress Hill Fergie e Slash nel classico dei Guns Paradise City versione hip hop. Molto suggestiva ma che mi ricorda, almeno come intenzione la collaborazione che ha visto Mr Rick Rubin dietro la console insieme a Run DMC ed Aerosmith nel remake di "Walk this way" (1986).
Devo aggiungere che tutto il disco è imperniato sull'amore, a volte devozione, che Slash ha nei confronti di band storiche come Led Zeppelin, Aerosmith, AcDc. A 45 anni suonati bisogna ammettere che la maturità artística raggiunta è di altissimo livello. Dico questo, per prendere nettamente le distanze dalle critiche mosse a Slash, secondo le quali il chitarrista abbia solamente fatto da contorno ai brani ed ai cantanti adattandosi di volta in volta ai vari generi che gli artisti proponevano. E' questa la vera intelligenza artística, quella che distingue un buon musicista da un grande musicista. In tutti i brani del disco possiamo riconoscere  chi sta suonando, perchè lo stile di Slash è inconfondibile come è inconfondibile il suo look, riesce brillantemente a non imporsi sopra la melodía ma la sottolinea rafforzandone l'intensità. Fare un passo in dietro e riempire le canzoni non con le note ma con l'intensità delle pause, consentendo così spazio e fiducia allo stellare cast di cui si è circondato consegna questo disco alla storia.
Il miglior disco del 2010 fino ad oggi.
 

Antonio Bonansingo  (da Londra - 23.5.'10)