Settimanale, anno 12 - n. 8
Mar, 17 Settembre 2019

Interviste >> Andrea Cola

Uscirà a fine mese Blu, l'album di debutto di Andrea Cola, cantautore di Cesena con la musica nel sangue. Dopo aver militato a lungo nei Sunday Morning e aver sviluppato diversi progetti musicali come Do Not Cry for The Country Boy approda finalmente a questa nuova e importante esperienza, un album interamente autoprodotto in cui Andrea si confronta con la canzone d'autore italiana.  
Abbiamo chiesto ad Andrea di raccontarci qualcosa di più del suo lavoro.




Iniziamo dal titolo del tuo nuovo lavoro, Blu. Indubbiamente nei tuoi brani c'é molto mare e molto cielo ma anche un "blue mood" (inteso come stato d'animo) che imperversa da un brano all'altro... é così?

Innanzi tutto grazie per questa intervista. Riguardo alla domanda, questo "blue mood" di cui parli è sicuramente una sensazione che il disco comunica, è vero, condivido questa visione, avendo io deciso di intitolare il disco proprio "blu". 
Non sono un narratore di storie, non né sono purtroppo capace, quindi ciò che dico in una canzone è quasi sempre un tentativo di descrivere un determinato stato d'animo, una precisa sensazione: noia, frustrazione, un po' di non amore, ma soprattutto inadeguatezza. Sono sensazioni attualissime e cercare di descriverle equivale a una specie di apnea, di tuffo in mare aperto; quando le getto in una canzone ho la possibilità di guardarle, come dentro una scatola, ed è un modo per provare a fare ordine e nello stesso momento sperare di condividerle con chi ascolta.
Sulle parole "mare" e "cielo" direi che sono elementi piuttosto comuni nell'immaginario della canzone italiana e se ne è fatto un uso grandissimo fino agli anni novanta, grazie all'immediatezza dei termini e a questa loro forza evocativa, poi sono passate di moda, se così si può dire.
Per me esprimono uno stato d'animo, il cielo che libera e il mare che inghiotte, è un espediente, seppur molto facile, per saltare e cercare di non essere confrontato con l'esperienza dei gruppi italiani di fine millennio, pur apprezzandoli moltissimo, e inserirmi immediatamente in un contesto musicale precedente, diciamo intorno alla fine degli anni settanta.
Sto provando nello stesso tempo a sviluppare un mio stile, che so non essere ancora del tutto definito, nel quale innestare queste forme vecchie di costruzione dei testi con una certa ripetitività delle strutture (Anna, Senti che tamburi, L'isola) e ossessività nelle forme (Il cuore trema, La mattina presto) ma cercando di stare in un contesto più o meno pop.

Blu nasce dalla collaborazione con diversi musicisti, indubbiamente un valore aggiunto.  E' avvenuto tutto in maniera casuale o hai effettivamente ragionato su quanto ognuno di loro poteva apportare al tuo lavoro?
Questo disco è una specie di esperimento. Si tratta di una totale autoproduzione. Totalmente autofinanziata. Dietro non c'è stata alcuna etichetta discografica, anche perché nel momento in cui la cercai a nessuno interessava. Questo per spiegare che sono felicissimo di vedere questo disco bello e impacchettato sul tavolo, mentre scrivo. Lo esprimo alla maniera di Gene Wilder: si può fare! 
Ho la fortuna di poter contare su un professionista serio e onesto come Andrea Sbaragli di A Buzz Supreme per la promozione e le edizioni del disco e di un'ancora piccola, ma molto intraprendente, realtà cesenate, Aidoru Associazione, per quel che riguarda l'ufficio stampa e il booking, con i quali c'è anche un'amicizia di vecchia data.
Ho avuto anche l'opportunità di collaborare per la grafica, le foto del disco, il sito e il video di prossima realizzazione con i bravissimi Giovanni -minimalsonic- Ricchi, Luca Piras, Matteo Manenti e Michele Lugaresi.
Tornando a chi ha suonato cosa e perché, non avendo la possibilità di potermi permettere un gruppo per mettere su i pezzi che avevo scritto,  ho deciso di provare una soluzione un po' inconsueta in questo ambito: ho affidato la realizzazione finale a un arrangiatore e a un produttore, rispettivamente Dario Giovannini e Andrea Comandini.
Poi ho contattato amici di vecchia data con i quali avevo già iniziato a collaborare su questa cosa nelle registrazioni precedenti e con le quali c'è un'ottima sintonia: Glauco Salvo (Amy Can Be, Comaneci, ecc) alle chitarre acustiche ed elettriche e steel guitar e Diego Sapignoli (Aidoru, Sacri Cuori, ecc) alle batterie.
Alle sovra incisioni di percussioni ho avuto l'onore di poter ospitare Antonio Comandini, già batterista degli MWB e Marquez e Simone Marzocchi ai fiati su
Anna, Senti che Tamburi e Così Lontano.
Per
L'isola l'unico pezzo non registrato specificamente per questo disco, la formazione è quella delle sessioni effettuate nel 2008 e comprende, oltre a Glauco, Diego e Dario, anche Filippo Bianchi (64 Slices Of American Cheese) alla chitarra e Mirko Abbondanza (Aidoru, Granturismo, ecc) al basso.

Indubbiamente il riscontro con il pubblico é il banco di prova più importante per un artista ma al momento hai sicuramente ricevuto riscontri positivi dagli addetti ai lavori. Credi che Blu rappresenti una semplice parentesi della tua vita artistica o continuerai a proporti in questa veste di cantautore italiano?

Di riscontri esterni, al momento in cui scrivo, ne ho ricevuti pochi. Che siano positivi o negativi fa parte del gioco.
Sono contento che i locali che organizzano concerti abbiano apprezzato il disco e stiano fissando date, il che per un nessuno come me è fondamentale e spero che questo mi porti a suonare un bel po' dal vivo, che è dove si deve dimostrare di valere qualcosa, per come la vedo io.
Blu non è una parentesi è solo l'inizio di un percorso, nel mio piccolo e per quel che vale, che vorrei mi portasse a delineare uno stile ancor più preciso e personale, realizzare altri dischi ed EP, rinforzare un team di lavoro, suonare dappertutto, poter vivere di questo lavoro, vincere Sanremo e poi duettare con Patti Smith e trasferirmi a Berlino, perché fa figo e c'è il mio amico Francesco.

Tiziana Cantarelli 
    (18.10.10)