Sulla musica >> La musica nel cinema del dopoguerra italiano
Studi, tesi, riflessioni sulla musica
Capitolo 2.1 (parte 10) I musicisti cinematografici del dopoguerra: i "maggiori", fra tradizione ed innovazione
Felice Lattuada e Il Bandito
Vediamo un treno uscire da una galleria; la macchina da presa, indugiando per qualche attimo sulle scritte e disegni dei vagoni, ci informa che si tratta del treno che sta facendo rimpatriare dalla Germania alcuni reduci italiani della seconda guerra mondiale. Ed, infatti, ecco apparire il volto del protagonista Ernesto (Amedeo Nazzari), dietro a una grata che fa da finestrella ad un vagone; egli dapprima appare avvolto dalla nebulosità del vapore che piano piano si dirada.
La musica, qui, riecheggia il rumore ferraglioso della locomotiva con una ritmica pesante che scandisce con forza le semiminime da cui è composta. Gli ottoni intervengono per simulare il fischio del treno. Quando Ernesto si accorge che stanno arrivando in Italia, sveglia subito l'amico Carlo (Carlo Campanini) che dorme nel vagone insieme ad altri reduci. Gli archi divengono più rilassati e la melodia modula in tonalità maggiore, contrapponendosi a quella minore di prima, e il ritmo binario della locomotiva gradualmente va rallentando fino a sfumare. Sono giunti finalmente in Italia e sentiamo subito che siamo nel bel paese del sole, del canto e dell'amore, quando Carlo, incalzato da un suo compagno, canta una breve frase nei modi e con l'espressività dei cantanti d'opera. Dopo essere riusciti ad ottenere un passaggio fino a Torino, barattandolo con una poltroncina, Carlo ed Ernesto si salutano amichevolmente, promettendo di rivedersi presto. Ognuno si allontana pensando al felice rientro in famiglia, nella propria casa che non vedono più da tre anni. Vediamo, allora, Ernesto prendere per una strada buia. A questo punto sentiamo dei sax-baritono che ostinatamente propongono una battuta che si ripete sempre uguale. Si tratta decisamente di una classica figurazione boogie che si pone come basso albertino (Questo termine indica un accompagnamento costituito da accordi spezzati, formato da gruppi di tre o quattro note, il cui disegno melodico resta identico, ma i cui intervalli mutano in seguito al mutare degli accordi. Il suo nome deriva dal musicista Domenico Alberti che nel settecento è il primo a diffonderne l'uso). Subito dopo alcune veloci battute di questo basso albertino, intervengono tutti i fiati dell'orchestra che all'unisono propongono un'allegra musica jazz e la voce di una cantante. E' probabilmente una delle classiche canzoncine spensierate sbarcata con i nostri alleati americani. Ma se per un momento essa sembra sincronizzarsi con l'animo felice del personaggio che torna finalmente a casa, ecco giungere subito la smentita non appena egli si ritrova davanti un cortiletto e le palazzine sventrate dalla terribile guerra.
E' interessante notare inoltre come, dopo una panoramica a 360º che mostra, con gli occhi del protagonista, tutto il cortiletto distrutto, la musica si mantenga sempre in tonalità maggiore (estremamente allegra) per poi variare in quella minore quando la macchina da presa si ferma sul volto tragico di Amedeo Nazzari. L'effetto è eccezionalmente forte e penetrante, è un vero e proprio asincronismo capace di farci intuire, prima ancora che tutto accada, quale sarà il futuro del protagonista, dopo aver saputo che, oltre alla casa sventrata, anche sua madre è morta e sua sorella è sparita.
La musica qui ha un'espressività incredibile, presentandosi in tutta la sua semplicità, con una canzonetta. Ed infatti da ora in poi il destino puntellerà la vita del protagonista con varie situazioni ed incontri che lo porteranno al banditismo e, come ultima tappa, alla morte.
Gianluca Nicastro (21.3.10)
Segue nel prossimo numero!
Tratto dalla Tesi di Gianluca Nicastro La musica nel cinema del
dopoguerra italiano