Sulla musica >> LA MUSICA NEL CINEMA DEL DOPOGUERRA ITALIANO
Studi, tesi, riflessioni sulla musica
Capitolo 2.1 (parte 11) I musicisti cinematografici del dopoguerra: i "maggiori", fra tradizione ed innovazione
Bellissima ('51) di Luchino Visconti; musica
di Franco Mannino
Subito, nei titoli di testa, si evince l'importanza che
avrà la musica in questo film. Infatti, vediamo una vera e propria orchestra
sinfonica (Orchestra del teatro dell'Opera diretta da Franco Ferrara) eseguire
l'aria e coro "Non fate strepito, non fate strepito" dell' Elisir
d'amore di Gaetano Donizetti, cantata dal Coro dell'Orchestra della RAI.
Quest'opera donizettiana informerà di sé tutto il film, legandosi a varie
situazioni e a vari personaggi. Capiamo subito
che la musica si pone come punto realistico perché proveniente dalla
pellicola, poiché ci troviamo negli studi di una Radio. Così, quando il
direttore d'orchestra chiude il movimento, vediamo uno speaker (un giovanissimo
Corrado) che dà un annuncio
sensazionale, che poi rappresenta l'argomento stesso del film: la "Stella
Film" cerca una bambina dai sei
agli otto anni per un film. Appena terminato l'annuncio, la macchina da presa
torna ad inquadrare tutta l'orchestra che riprende, da dove aveva lasciato, il
"Non fate strepito, non fate strepito", esplodendo insieme al coro in
un fortissimo, proprio per dare larga enfasi alla magnifica notizia. E, con la
continuità musicale che lega le immagini, vediamo, subito dopo, una massa di
persone (sono tutte mamme con le loro bambine) accalcarsi davanti a Cinecittà.
La cosa interessante da notare è che quel "Non fate strepito, non fate
strepito" si inserisce quasi come ammonimento nelle immagini che
rimandano, al contrario, un gran fracasso, un vociare e strillare delle mamme
impazienti di voler mostrare la loro "bellissima" al regista, ognuna
delle quali è sicura che la scelta ricadrà sulla propria bambina. Lentamente,
però, l'aria d'opera viene sommersa dalla calca e dallo strepitio, regalandoci
un effetto molto struggente che ci dice quanto sia vano ed effimero un così
disordinato dimenarsi, credendo veramente che la vita possa cambiare se il
cinema aprirà le sue braccia; è sicuro che il cinema cambi in qualche modo la
vita, ma certamente non in meglio: questo infatti sarà il messaggio e la morale
di Bellissima. In queste poche scene
è mostrato realisticamente il potere che il cinema e la
radio hanno sulla massa in quei tempi, potere ereditato, oggi, dalla diabolica
televisione (si osservi l'effetto sconvolgente che ha avuto un programma come
Non è la RAI).
Ora ci troviamo all'interno degli studi, dove si svolgerà la prima prova di
scelta da parte del regista Alessandro Blasetti. La sua entrata è aperta da una
fanfara in tre che subito riconosciamo come melodia legata al personaggio
dell'Elisir d'amore Dulcamara. La corrispondenza fra questo personaggio e il
regista Blasetti è del tutto palese.
Sappiamo, infatti, che nell'opera di
Donizetti la bella e capricciosa Adina respinge l'amore del buon e semplice
Nemorino e si promette in sposa a Belcore, aitante ufficiale; con l'aiuto
dell'elisir (che è in realtà del buon vino) procuratogli dal mago-ciarlatano
Dulcamara, Nemorino riesce a superare la ritrosia dell'amata e a sposarla.
Così, Blasetti è visto come un moderno Dulcamara, un venditore di illusioni che
spaccia una preparazione magica (il cinema appunto) capace di prolungare la
vita oltre i limiti ordinari e di renderla piacevole a tutti gli effetti. Ma se
nell'Elisir d'amore la cosa riesce, nel film è mostrata tutta l'insensatezza di
questa vana illusione con tutta l'amara ironia di cui Visconti è capace nel tracciare i limiti angusti dentro cui si
muovono il cinema e i suoi personaggi. Ad avvertirci è proprio la melodia a
fanfara che segue le tre tappe percorse da Blasetti, caratterizzandole
timbricamente con strumenti diversi e denotando, di volta in volta, un
significato differente. Quando egli si trova giù fra la folla abbiamo gli
ottoni, a significare l'entrata trionfale del personaggio che si muove fra di
loro regalando sorrisi e carezze di onnipotenza; sul palco, ecco intervenire
gli archi che hanno il compito di trasportarlo ancora più su, lontano
dall'impotenza terrena, poiché egli è un mago e gli archi, tipicamente dal
suono arioso e metafisico, sembrano innalzarlo sulle loro note; infine, quando
tenta di calmare la folla, la melodia viene eseguita da uno scombinamento
totale degli strumenti, ritmato dai tamburi che tipicamente sono da ritenersi
terreni a tutti gli effetti, riportando Blasetti alla sua giusta posizione,
cioè uomo tra gli uomini, e svelandoci in tal modo la sua vera natura di
ciarlatano del cinema.
Gianluca Nicastro (2.5.10)
Segue nel prossimo numero! Tratto dalla Tesi di Gianluca Nicastro La musica nel cinema del dopoguerra italiano